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Uno studio internazionale pubblicato su Ecology Letters mostra che l’acidificazione degli oceani, causata dall’aumento della CO₂ atmosferica, non riduce solo la biodiversità marina, ma modifica profondamente il funzionamento degli ecosistemi costieri.
La ricerca, condotta presso le sorgenti naturali di CO₂ di Ischia, ha utilizzato esperimenti di trapianto di comunità e serie temporali a lungo termine (4 e 10 anni) per valutare come la diminuzione del pH influenzi biodiversità e processi ecosistemici. A differenza di studi precedenti, che si sono concentrati principalmente sui cambiamenti di biodiversità lungo gradienti di pH, questo lavoro integra per la prima volta in campo le variazioni di biodiversità con la misura diretta dei principali processi ecosistemici, tra cui calcificazione, fotosintesi e assorbimento dei nutrienti. I risultati indicano che i cambiamenti nella struttura delle comunità causati dalla diminuzione del pH portano a una riduzione della biomassa e dei tassi di calcificazione, mentre aumentano i tassi di fotosintesi e di assorbimento dei nutrienti. Questo studio fornisce importanti informazioni su come la perdita di biodiversità riorganizza la struttura e il funzionamento degli ecosistemi costieri marini temperati.
Carlot, J., Comeau, S., Chiarore, A., Mirasole, A., Alliouane, S., Micheli, F., Hurd, C. L., Gattuso, J.-P., & Teixidó, N. (2026). Unravelling marine benthic functioning shifts under ocean acidification. Ecology Letters. https://doi.org/10.1111/ele.70376

Un’infrastruttura permanente a 206 metri di profondità per osservare e comprendere il mare profondo del Golfo di Napoli
In occasione della Giornata del Mare, che si celebra il’11 aprile di ogni anno, la Stazione Zoologica Anton Dohrn annuncia la messa in opera e l’avvio dell’Osservatorio Profondo del Tirreno meridionale (SPO-GoN), una nuova infrastruttura scientifica permanente installata a 206 metri di profondità in un punto strategico del Golfo di Napoli.
L’osservatorio è candidato a divenire parte di EMSO ERIC, infrastruttura di ricerca europea dedicata all’osservazione continua e di lungo termine dei mari e degli oceani intorno al continente europeo attraverso osservatori marini profondi. SPO-GoN entrerà a far parte della EMSO Regional Facility del Mar Tirreno, insieme ad altri sistemi osservativi gestiti da INGV e dall’Università degli Studi di Napoli Parthenope. Questa infrastruttura fornirà alla comunità scientifica dati inediti per comprendere i processi chimici, fisici ed ecologici, nonché gli effetti dell’impatto antropico nei sistemi marini profondi del Tirreno.
L’osservatorio opererà in modalità continua, consentendo l’acquisizione di dati fisici, chimici e biologici dell’ambiente marino profondo. Si tratta di una delle poche infrastrutture di questo tipo presenti nel Mediterraneo e della prima nel Tirreno meridionale, un’area di straordinario interesse scientifico per la presenza di sistemi vulcanici attivi e hotspot di biodiversità batiale, come dimostrato dalle recenti scoperte di estesi popolamenti di coralli profondi.
Grazie a una strumentazione multiparametrica avanzata, l’osservatorio misura parametri fondamentali quali temperatura, salinità, ossigeno disciolto, pH e pCO₂. L’infrastruttura consente inoltre l’osservazione diretta dell’ecosistema attraverso telecamere subacquee 4K, sistemi di imaging acustico e idrofoni, permettendo di studiare la comunità pelagica dai livelli trofici inferiori fino ai predatori apicali. L’area è infatti frequentata stabilmente da cetacei, tra cui i globicefali.
L’Osservatorio Profondo del Canyon Dohrn, insieme ad altre due mede oceanografiche dislocate nel Golfo di Napoli, è gestito dai tecnici e tecnologi del Dipartimento RIMAR della Stazione Zoologica Anton Dohrn, che ne curano il controllo e la manutenzione.
Una nuova architettura tecnologica per l’osservazione continua del mare profondo
«La vera novità di questo progetto – spiega Augusto Passarelli, responsabile delle infrastrutture a mare della Stazione Zoologica Anton Dohrn – è il collegamento diretto e permanente tra la boa in superficie e la piattaforma posizionata sul fondale. La boa non si limita a raccogliere dati, ma alimenta, interroga e dialoga costantemente con la sensoristica installata a 206 metri di profondità, ricevendo dati e immagini che vengono trasmessi quasi in tempo reale a terra».
Il collegamento tra superficie e fondale avviene tramite un cavo elettromeccanico, che svolge una duplice funzione:
-meccanica, costituendo l’elemento strutturale di connessione tra la boa e la piattaforma di fondo, che funge anche da corpo morto;
-elettrica ed elettronica, poiché al suo interno ospita conduttori che trasportano energia verso i sensori sul fondale e consentono la trasmissione di dati e immagini verso la superficie.
Sul fondale, la piattaforma ospita una junction box, cuore del sistema, alla quale è collegata tutta la sensoristica e la componente elettrica ed elettronica del cavo. Il collegamento tra l’elettronica della boa e il cavo verso il fondale è garantito da uno swivel elettromeccanico, un dispositivo che combina un sistema di rotazione meccanica – permettendo alla boa di muoversi liberamente con onde e correnti – con uno slip-ring, che assicura la continuità elettrica e la trasmissione dei segnali senza interruzioni.
Questa architettura consente un monitoraggio continuo, stabile e affidabile dell’ambiente marino profondo, rappresentando un significativo avanzamento tecnologico per l’osservazione oceanografica nel Mediterraneo. Il sistema è inoltre altamente versatile e modulare, progettato per essere facilmente aggiornabile nel tempo con sensori anche molto eterogenei, adattandosi a nuove esigenze scientifiche e a futuri sviluppi tecnologici.
I dati raccolti dall’Osservatorio Profondo del Canyon Dohrn sono condivisi con le principali reti scientifiche europee, tra cui SeaDataNet ed EMODnet, contribuendo allo sviluppo della scienza aperta e collaborativa. Le informazioni sono accessibili attraverso una piattaforma dedicata all’osservatorio (https://tyr-obs.szn.it), dalla quale è possibile visualizzare in tempo reale dati e immagini e scaricare le serie storiche.
Le infrastrutture fisse della Stazione Zoologica Anton Dohrn, sostenute da progetti nazionali ed europei, rappresentano un punto di riferimento unico per lo studio, la tutela e la gestione sostenibile dell’ambiente marino, mettendo la ricerca scientifica al servizio della società.

AVVISO INTERNO PER MANIFESTAZIONE D’INTERESSE PER L’AFFIDAMENTO DELL’INCARICO DI RESPONSABILE DELL’UFFICIO RELAZIONI INTERNAZIONALI - SUPPORTO ALLA PRESIDENZA E AL CDA AFFERENTE ALL’AREA AMMINISTRAZIONE GENERALE DELLA STAZIONE ZOOLOGICA ANTON DOHRN
Scadenza il 15.04.2026
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Pubblicato il 31.03.2026
Avvio procedura elezioni per la carica di componente del Consiglio Scientifico appartenente al personale ricercatori/tecnologi in servizio nell’Ente
Scadenza ore 12.00 del 20/04/2026
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Pubblicato il 30.03.2026
Una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Behaviour rivela come i Marangoni utilizzino la topografia sottomarina per tendere imboscate alle loro prede. Il segreto è sfruttare tunnel e ombre per non farsi vedere
Gli uccelli marini sono da sempre considerati i signori dei cieli e della superficie, ma ciò che accade quando si immergono rimane, per gran parte, un mistero avvolto nel blu. Una nuova ricerca internazionale, guidata da esperti della Stazione Zoologica Anton Dohrn in collaborazione con il Marine Research Institute dell'Università di Klaipėda, il gruppo Subacquei per la Scienza e l’Università degli Studi di Trieste, e pubblicata sulla rivista scientifica Behaviour (DOI: 10.1163/1568539X-bja10356), getta oggi nuova luce sulle straordinarie capacità tattiche del Marangone dal ciuffo mediterraneo (Gulosus aristotelis desmarestii).
La scoperta
Tradizionalmente, i marangoni e i cormorani sono stati descritti come "predatori ad inseguimento" o come cercatori che scovano prede nascoste sul fondale (strategia di prey-flushing). Tuttavia, lo studio documenta per la prima volta un comportamento all’apparenza più sofisticato: l'agguato sottomarino.
L'osservazione, avvenuta nelle acque cristalline di Is Arutas, in Sardegna, ha mostrato un giovane esemplare di Marangone interagire ripetutamente con strutture sottomarine specifiche. Questo uccello non si limitava a nuotare casualmente, ma utilizzava attivamente un tunnel sottomarino e una zona d'ombra sotto una scogliera come schermi naturali per avvicinarsi ai banchi di latterini (Atherina sp.) senza essere rilevato.
Una strategia in tre fasi
L'analisi dettagliata di quando documentato in video si presta a più interpretazioni, una di queste consente ai ricercatori di ipotizzare una strategia di caccia complessa, quasi "pianificata", che si articola in tre momenti distinti:
Herding (Radunamento): Il marangone insegue attivamente il banco di pesci, spingendolo verso barriere fisiche (come la riva) o in traiettorie prevedibili.
Ambush (L'Agguato): L'uccello si posiziona dietro un elemento del paesaggio sottomarino, sfruttando l'oscurità o la roccia per occultarsi, e lancia un attacco fulmineo a corto raggio.
Riposizionamento: Dopo l'attacco, il predatore riguadagna una posizione vantaggiosa per ricominciare la manovra.
"Questa evidenza suggerisce che questi uccelli, nonostante una visione sottomarina non eccelsa, siano in grado di compensare con una conoscenza tattica del territorio, trasformando il fondale in un alleato, in una trappola naturale, per catturare prede veloci," spiegano gli autori dello studio.
Interessante è anche la presenza di spigole (Dicentrarchus labrax) durante l'azione. Sebbene non sia stata registrata una cooperazione con questo pesce predatore come documentato in un'altra ricerca in Croazia, il loro movimento potrebbe influenzare lo spostamento dei pesci, facilitando il compito del giovane marangone dal ciuffo.
Di seguito il link al video "Marangone in strategia di pesca"
Dalla Scienza alla Citizen Science: Il Progetto #InVOLOinunMAREdiVIDEO
Questa scoperta non è nata in un laboratorio, ma grazie a un'osservazione sul campo, dimostrando quanto sia prezioso il contributo di chi vive il mare. Proprio su questa scia, la Stazione Zoologica Anton Dohrn lancia il progetto di Citizen Science: #InVOLOinunMAREdiVIDEO.
Coordinato dall'ornitologo Rosario Balestrieri e dall'etologo Piero Amodio, il progetto invita subacquei, pescatori in apnea e semplici appassionati di snorkeling a diventare parte attiva della ricerca scientifica.
L’Obiettivo: Raccogliere filmati subacquei di uccelli marini (cormorani, marangoni, berte, ecc.) per studiare le loro tecniche di pesca, le profondità raggiunte e le possibili interazioni sociali o interspecifiche.
Perché partecipare: Sappiamo che il pinguino imperatore scende oltre i 500 metri, ma cosa fanno i "nostri" uccelli nel Mediterraneo? Esistono vocalizzazioni subacquee? I giovani imparano osservando gli adulti?
Come contribuire: Chiunque possieda video – sia recenti che storici, girati in Italia o all'estero – può inviarli all'indirizzo email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..
Ogni clip, anche di pochi secondi, può rappresentare un tassello mancante nel puzzle dell'etologia marina. La scienza non appartiene più solo agli accademici: oggi, dietro una maschera e una fotocamera, può nascondersi un importante collaboratore della ricerca internazionale.
Salvador, P., Amodio, P., Grech, D., Sponza, S., & Balestrieri, R. (2026). Do diving seabirds exploit landscape elements for underwater ambushing?. Behaviour (published online ahead of print 2026). https://doi.org/10.1163/1568539X-bja10356


Il Consiglio Scientifico, grazie alla propria funzione di consulenza tecnica, rappresenta oggi per la Stazione Zoologica un ponte tra l’eredità storica di Anton Dohrn e una visione proiettata verso il futuro della biologia marina. Composto da un gruppo di esperti, esso opera come garante della qualità scientifica e come incubatore di idee, assicurando che ogni progetto non sia soltanto un esercizio accademico, ma un contributo concreto alla comprensione e alla tutela dei nostri mari.
Come previsto dallo Statuto vigente, il Consiglio Scientifico si riunisce annualmente; per il 2026 è stato deciso di includere nella programmazione la visita ad alcune sedi distaccate della Stazione Zoologica.
Dal 16 al 19 marzo 2026 si è svolta la riunione del Consiglio Scientifico di Istituto. I membri, Paul Falkowski, Paola Bonfante, André Le Bivic, Nicole Dubilier e Raffaella Casotti, si sono inizialmente riuniti a Napoli, per poi proseguire la visita istituzionale presso le sedi distaccate dell’Ente.
I lavori si sono aperti il 16 marzo presso il Museo Darwin-Dohrn, dove ha avuto luogo la prima seduta consiliare. L’incontro, introdotto dal Presidente della Stazione Zoologica, Professor Roberto Bassi, e dal Presidente del Consiglio Scientifico, Professor Paul Falkowski, ha visto la partecipazione dei Direttori di Dipartimento, che hanno illustrato le rispettive attività scientifiche attraverso relazioni e interventi tecnici di ricercatori afferenti alle diverse unità.
Nella giornata successiva, la delegazione si è recata presso il Sicily Marine Center, nella sede di Messina. La sessione è stata aperta dal Direttore di sede, dott.ssa Teresa Romeo, che ha coordinato gli interventi dei Principal Investigators (PI) relativi ai progetti attivi nelle sedi di Messina e Palermo. Per l’occasione, i ricercatori della sede di Palermo hanno raggiunto i colleghi di Messina, favorendo un confronto diretto con i membri del Consiglio Scientifico.
Il 18 marzo, concluse le ultime sessioni di lavoro, il Consiglio si è trasferito presso il Calabria Marine Centre - CRIMAC, nella sede di Amendolara, dove i membri hanno potuto visitare i laboratori e le strutture dell’Ente. Il Direttore, dott.ssa Teresa Romeo, insieme ai PI di progetto, ha illustrato gli obiettivi strategici e la missione scientifica della sede, evidenziando la rilevanza della sua posizione geografica per le attività di ricerca.
Il percorso itinerante del Consiglio Scientifico 2026 si è concluso formalmente in Calabria.
Si esprime un sentito ringraziamento a tutto il personale coinvolto e a quanti, con il proprio contributo organizzativo e scientifico, hanno reso possibile lo svolgimento delle attività.


Rimozione di reti e attrezzi da pesca abbandonati in ambiente marino profondo: un intervento coordinato dalla Stazione Zoologica Anton Dohrn nell’ambito del progetto europeo LIFE DREAM
Il Golfo di Napoli diventa teatro di una delle prime operazioni di restauro passivo di ecosistemi profondi mai realizzate nel Mediterraneo, attraverso la rimozione dei rifiuti marini dagli habitat a coralli e spugne.
L’iniziativa, coordinata dalla Stazione Zoologica Anton Dohrn (SZN), che ne ha curato la pianificazione scientifica e operativa, rappresenta un passo pionieristico nella conservazione degli ambienti marini profondi, dove l’impatto degli attrezzi da pesca abbandonati mette a rischio la sopravvivenza di comunità uniche. Le operazioni si sono svolte durante la campagna oceanografica DEMETRA, a bordo della nave Gaia Blu del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), nell’ambito del progetto europeo LIFE DREAM, coordinato dal CNR-ISMAR di Bologna. Il progetto si occupa di ripristinare habitat profondi e tutelarli grazie a un approccio multidisciplinare e all’uso di tecnologie d’avanguardia. Uno dei siti di intervento è appunto il Golfo di Napoli, dove il progetto ha instaurato una stretta collaborazione con l’Area Marina Protetta Regno di Nettuno in diverse fasi operative.
Le attività hanno interessato due siti di grande valore ecologico: una secca rocciosa tra i 200 e i 300 metri di profondità, popolata da dense comunità di coralli neri (Antipatharia), e il Canyon Dohrn, ecosistema profondo di rilevanza eccezionale per la peculiarità delle comunità bentoniche, caratterizzate dalla presenza di coralli bianchi, ostriche centenarie e specie rare del Mediterraneo. Queste vere e proprie “foreste sommerse” creano intricate strutture tridimensionali che offrono rifugio e habitat a numerose specie marine.
Entrambi gli ecosistemi risultano gravemente compromessi dall’impatto degli attrezzi da pesca abbandonati: cime e lenze si avvolgono sulle colonie provocando abrasioni, danni fisiologici e riduzione della capacità riproduttiva, alterando conseguentemente le dinamiche ecologiche locali.
Le operazioni di rimozione vengono condotte mediante un ROV (Remotely Operated Vehicle), veicolo filoguidato capace di operare con precisione a elevate profondità. Dopo la mappatura visiva degli habitat, vengono tagliati e rimossi lenze, cime e frammenti di reti intrecciati ai coralli secondo protocolli rigorosi, per garantire la conservazione e l’integrità delle comunità bentoniche.
“I coralli neri sono organismi straordinari per la loro longevità eccezionale: alcuni esemplari superano i 2.000 anni nel Mediterraneo. Liberare questi ecosistemi dagli attrezzi da pesca abbandonati significa restituire respiro a vere e proprie foreste sommerse, che raccontano la storia del nostro mare e custodiscono il futuro della biodiversità”, spiega Frine Cardone, ricercatore della Stazione Zoologica Anton Dohrn e responsabile dell’unità SZN del progetto LIFE DREAM.
Queste foreste profonde svolgono un ruolo ecologico cruciale: offrono habitat a una moltitudine di specie, regolano le dinamiche degli ecosistemi marini e rappresentano archivi naturali dei cambiamenti climatici e ambientali. La loro protezione equivale alla tutela di un patrimonio unico di biodiversità e memoria ecologica.
“Il Golfo di Napoli è un laboratorio naturale di eccezionale biodiversità”, aggiunge Cardone. “Proteggere questi habitat significa salvaguardare servizi ecosistemici essenziali e un patrimonio ecologico di valore inestimabile”.
La complessità delle operazioni è elevata: si opera in condizioni di scarsa visibilità e su fondali ricchi di strutture biogeniche delicate. Ogni intervento è preceduto da un’accurata mappatura video e da una valutazione dei rischi; gli attrezzi vengono recuperati o, se necessario, tagliati per neutralizzarne l’impatto ed evitare ulteriori danni.
L’avvio di interventi di restauro passivo rappresenta un passaggio cruciale nella gestione e tutela degli ecosistemi marini profondi. A differenza del restauro attivo, che prevede l’introduzione o il trapianto di organismi, il restauro passivo mira a rimuovere le pressioni e gli impatti diretti generati dalle attività umane, favorendo la rigenerazione naturale degli habitat. Nel caso degli ambienti profondi, questa strategia assume un valore particolare: le comunità che li popolano crescono lentamente e sono spesso costituite da organismi longevi, per i quali la rimozione del disturbo rappresenta la condizione essenziale per il recupero.
L’iniziativa segna così l’inizio di un percorso concreto per la riduzione del marine litter e degli attrezzi da pesca abbandonati, una delle principali minacce per la biodiversità bentonica e per la funzionalità ecologica dei mari profondi.
“Con LIFE DREAM puntiamo a proteggere e ripristinare gli ecosistemi profondi del Mediterraneo, in particolare le biocostruzioni a coralli, fondamentali per la biodiversità marina e il funzionamento degli oceani”, spiega Federica Foglini, Primo Tecnologo del CNR-ISMAR e coordinatrice del progetto.
“Grazie a sensori autonomi e a tecniche avanzate di restauro, monitoriamo la crescita dei coralli e i parametri ambientali, come correnti e temperatura, per comprendere i fattori che influenzano il recupero degli habitat profondi”, aggiunge Giorgio Castellan, ricercatore del CNR-ISMAR e capo missione della campagna DEMETRA. “L’obiettivo finale è supportare il ripristino degli ecosistemi e fornire dati fondamentali per estendere la rete di conservazione al mare profondo”.
Quest’attività rappresenta una azione pilota di ricerca e conservazione integrata, volta a ridurre l’impatto antropico e a rafforzare la resilienza del Mediterraneo, contribuendo concretamente alla protezione di un patrimonio naturale unico e ancora in gran parte inesplorato.
A testimonianza della volontà di tradurre la ricerca in stumenti concreti di governance, il progetto promuove anche un momento di confronto pubblico con il territorio. Il prossimo 4 marzo 2026, presso il Centro Congressi dell’Università degli Studi di Napoli Federico II (Sala B, via Partenope 36, Napoli), si terrà l’incontro “LIFE DREAM incontra il territorio”, organizzato dalla Prof.ssa Simonetta Fraschetti (Università Federico II).
L’iniziativa rappresenta un’importante occasione di condivisione dei risultati finora raggiunti e, soprattutto, un momento di dialogo con le istituzioni regionali sulle possibili strategie di conservazione da adottare in Campania per la tutela degli ecosistemi profondi.
Interverranno:
Prof.ssa Simonetta Fraschetti, Università degli Studi di Napoli Federico II
Dott.ssa Federica Foglini, Coordinatrice del progetto
Dott.ssa Valentina Grande e Dr. Giorgio Castellan, CNR ISMAR
Dott.ssa Frine Cardone, Stazione Zoologica Anton Dohrn
Prof.ssa Emanuela Fanelli e Dott.ssa Zaira De Ros, Università Politecnica delle Marche
Stefania Valentini e Federico Gallas, Net European Consulting
Consulenti di Federpesca
Dr. Antonino Miccio, Direttore dell’Area Marina Protetta Regno di Nettuno
Apriranno l’incontro:
Claudia Pecoraro, Assessora all’Ambiente – Regione Campania
Andrea Morniroli, Assessore alle Politiche Sociali e alla Scuola – Regione Campania
Fiorella Saggese, Consigliera – Comune di Napoli

La Stazione Zoologica Anton Dohrn (SZN) che rappresenta EMBRC–ERIC in Italia e coordina il Nodo Italiano di EMBRC (EMBRC–IT) indice un avviso per la presentazione di espressioni di interesse per il conferimento dell’incarico di JRU Manager della JRU EMBRC-IT.
Scadenza ore 12 del 6 marzo 2026
Siamo entusiasti di annunciare l'apertura delle candidature per il conferimento di due borse di studio di € 8.000 (ottomila) e di € 4.000 (quattromila), per giovani laureati che vogliano condurre ricerche nel campo delle scienze del mare mediante un soggiorno di almeno 3 mesi presso un Istituto di ricerca o un laboratorio straniero d'alta qualificazione.
Scadenza: ore 12 del 24 aprile 2026
La Stazione Zoologica Anton Dohrn tra i protagonisti della ricerca internazionale
Gli oceani sono sempre più al centro di interessi economici e strategici, ma i benefici dello sviluppo marino non sono distribuiti in modo equo. Al contrario, mentre pochi attori concentrano risorse e opportunità, i costi ambientali e sociali ricadono in maniera sproporzionata su comunità marginalizzate, popoli indigeni, pescatori artigianali e donne.
È questa la fotografia allarmante che emerge dal dibattito scientifico e politico globale, nonostante gli impegni senza precedenti assunti a livello internazionale per promuovere l’equità — dagli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite al Global Biodiversity Framework di Kunming-Montreal, fino al recente Trattato sull’Alto Mare.
A frenare il cambiamento è soprattutto l’assenza di strumenti concreti: mancano definizioni operative condivise, metriche comparabili e indicazioni pratiche capaci di trasformare il principio di equità in azioni efficaci nelle politiche e nei progetti legati agli oceani.
Un passo decisivo in questa direzione arriva oggi da uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Nature, frutto del lavoro di un gruppo internazionale di ricercatori che include la Stazione Zoologica Anton Dohrn. La ricerca introduce l’Ocean Equity Index (OEI), il primo strumento globale pensato per misurare e promuovere l’equità nella governance, nelle iniziative e nelle politiche oceaniche.
L’Ocean Equity Index segna un cambio di paradigma: l’equità non è più un obiettivo astratto, ma diventa uno standard misurabile e confrontabile. L’indice si fonda su 12 criteri chiave, che valutano se e come le iniziative oceaniche riconoscono i diritti di tutti gli attori coinvolti, garantiscono una partecipazione reale ai processi decisionali e distribuiscono in modo giusto benefici e oneri.
Grazie a questo approccio, l’OEI permette di rendere visibile ciò che spesso resta nascosto: chi ha voce nella gestione degli oceani e chi, invece, ne è escluso. Allo stesso tempo, fornisce indicazioni operative per migliorare l’equità nelle fasi di progettazione, implementazione e valutazione delle politiche marine.
«In un momento di crescente pressione sugli oceani, l’Ocean Equity Index offre un quadro unificante per comprendere e promuovere l’equità», sottolinea Antonio Di Franco, Primo Ricercatore presso il Sicily Marine Centre della Stazione Zoologica Anton Dohrn. «Trasformare principi complessi in indicazioni operative significa supportare decisioni che rispettano le persone, le culture e gli ecosistemi marini».
Rendendo l’equità misurabile e confrontabile a livello globale, l’Ocean Equity Index rappresenta uno strumento innovativo per rafforzare la trasparenza e la responsabilità pubblica, migliorare l’efficacia delle politiche oceaniche e contribuire a risultati più giusti e sostenibili per le comunità costiere e gli ecosistemi marini.
Lo studio è disponibile al link:
https://www.nature.com/articles/s41586-025-09976-y
Ulteriori informazioni sull’Ocean Equity Index sono disponibili su:
https://oceanequityindex.org/

PH Serena Zampardi

PH Claudia Scianna

PH Claudia Scianna









